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Vendicarsi dopo il tradimento è reato?

La reazione per provocazione a una infedeltà è ammessa dalla legge? Cosa è consentito fare se si scopre che il marito o la moglie ha l’amante?

La stanchezza per la vita matrimoniale non giustifica l’amante. Questo lo dice la Cassazione [1] che, ogni volta che si tratta di tradimento, presume – salvo prova contraria – che ciò sia la causa della crisi matrimoniale e non già l’effetto di una rottura in atto. Significa, in termini pratici, che chi tradisce ha in automatico l’addebito della separazione: in altre parole perde (qualora ne abbia diritto) il mantenimento. L’infedeltà è giustificata solo quando la coppia è già divisa in modo conclamato per altre ragioni. La semplice stanchezza del coniuge verso la vita coniugale non è un dato sufficiente per considerare impossibile la prosecuzione del rapporto e, quindi, per giustificare l’amante. Detto ciò, se anche la legge ha le sue buone ragioni per punire chi tradisce, anche il coniuge le ha. E di norma non usa modi urbani. Piatti in faccia, graffi o schiaffi, calci, per non parlare di offese di tutti i tipi e minacce. Il punto è che, oltre all’amore infranto, si ci mette anche l’orgoglio (e forse la lesione di quest’ultimo colpisce ancora di più). Si può essere giustificati per queste reazioni? Vendicarsi dopo il tradimento è reato? La legge disciplina anche queste ipotesi. Vediamo come.

Quando è lecito reagire a un’ingiustizia?

Sono solo due i casi in cui è lecito reagire a una condotta ingiusta: quando c’è una legittima difesa o quando si risponde con un’offesa a un’offesa ricevuta [2] (ad esempio: se tu vai a dire male di me in giro, anche io, per risposta, posso diffamarti; se mi dici una parolaccia, posso reagire con un’altra parolaccia). In entrambi i casi però siamo nell’ambito del penale: reazioni consentite proprio perché in presenza di reati. Nell’ambito del diritto civile non esiste una “legittima difesa” se non quella di chi, a fronte di un inadempimento, sospende la propria prestazione per timore di non essere pagato [3].

Tradire è reato?

Domandiamoci ora: tradire è reato? Assolutamente no. È solo un illecito civile. Ed anzi, a ben vedere, la sanzione in alcuni casi è inesistente. Cerchiamo di capire le ragioni.

La conseguenza del tradimento è – come abbiamo detto – il cosiddetto addebito. Significa che:

  • si perde il diritto ad avere l’assegno di mantenimento
  • si perdono i diritti successori in caso di morte del coniuge prima del divorzio.

Chiaramente se a tradire è il coniuge più ricco, quello che – con o senza tradimento sarebbe comunque tenuto a versare il mantenimento – si comprende bene che l’addebito ha più un valore simbolico che non concreto.

Volendo tracciare lo stereotipo della famiglia tipica italiana, in cui il reddito più alto lo porta quasi sempre il marito, si può dire che se l’uomo tradisce non subisce alcuna sanzione (se non quella di non poter essere erede della moglie qualora questa dovesse morire prima di divorziare).

In una situazione del genere è verosimile pensare a una vendetta personale. Vendetta che può essere “a caldo”, per la reazione del momento, oppure servita su un piatto freddo. Ma è lecito vendicarsi di chi tradisce?

Vendicarsi dopo il tradimento è reato?  

Una volta che abbiamo detto che il tradimento non è un reato e che, al massimo viene sanzionato in via civile, è facile comprendere che nessuna «legittima difesa» può essere ammessa dalla legge. Possiamo parlare di provocazione? Neanche. Seppur l’ira del momento può consentire di giustificare un linguaggio meno inglese del normale, ciò non consente di scendere a parolacce, minacce, ingiurie e diffamazioni. Tutto ciò per dire che se reagisci alla scoperta di una infedeltà ne paghi tutte le conseguenze. Ma quali conseguenze?

Per stabilire se vendicarsi dopo il tradimento è reato dobbiamo capire in cosa consiste la vendetta. Faremo qualche esempio.

– Lui ti tradisce e tu lo vai a dire a tutte le tue amiche offendendolo pubblicamente. Commetti il reato di diffamazione. Sconti la reclusione fino a un anno o paghi una multa fino a 1.032 euro.

– Rientri a casa dal lavoro prima del tempo e la trovi in camera da letto con l’amante; la chiami put… e minacci l’amante di ammazzarlo. Commetti l’ingiuria nei confronti di tua moglie, che però non è un reato (ti dovrebbe citare in una causa civile per il risarcimento del danno), e ti macchi del reato di minacce nei confronti dell’idraulico. Sconti la reclusione fino a un anno.

– Lei scopre, sul tuo cellulare, gli sms di una tipa che hai conosciuto su Facebook; si memorizza il numero e inizia a perseguitarla per mesi. Commette molestie telefoniche. Rischia l’arresto fino a sei mesi o l’ammenda fino a 516 euro.

– Lui trova l’ex della moglie con cui questa ha ripreso a vedersi dopo la separazione. Lo segue, lo pedina, gli manda messaggi minatori, lo perseguita. Rischia una incriminazione per stalking. Per legge c’è la reclusione da 6 mesi a quattro anni e l’ordine di allontanamento dai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.

– Lei ti scopre che la stai tradendo con la sua migliore amica. Per reazione ti lancia addosso tutto il servizio di piatti. Scatta automaticamente la condanna per lesioni personali tentate e se ti prende sconta anche la reclusione da sei mesi a tre anni. Stesso discorso se ti graffia fino a lasciarti i segni.

Se tutto ciò ti lascia sorpreso, pensa che l’altro giorno la Cassazione ha ritenuto di addebitare la separazione a un uomo che, dopo aver scoperto la donna che lo tradiva, ha sbattuto la porta di casa e non è più tornato. Per lui l’addebito per abbandono della casa coniugale.

Tradimento: che fare?

Stando alla legge, quello che puoi fare davanti a un tradimento conclamato è stringere la mano ai due e augurare loro una vita felice!

I debiti che non si ereditano

Quali debiti, contratti e obbligazioni gli eredi devono pagare nel momento in cui accettano l’eredità?

Chi accetta l’eredità (non il legato) diventa titolare di tutti i crediti, ma anche dei debiti, che il defunto ha lasciato dopo la sua morte. Solo con la rinuncia dell’eredità (e neanche con l’accettazione con beneficio di inventario) si può bloccare questa ineluttabile conseguenza, ma con la contropartita di non poter ricevere alcun bene, neanche un mobile d’arredo, lasciato dal parente ormai passato a miglior vita (a meno che qualche erede, dopo averlo acquisito come proprio, ne faccia dono all’altro). Detto ciò è bene sapere che, fortunatamente, non tutti i debiti del defunto passano in successione, ossia si trasmettono agli eredi. In alcuni casi, infatti, i creditori che non sono stati soddisfatti finché il loro debitore era in vita non potranno far valere le loro – seppur legittime – pretese nei confronti dei familiari superstiti. In questo articolo ti indicheremo proprio quali sono i debiti che non si ereditano in modo che tu possa fare bene i tuoi calcoli e valutare se ti conviene davvero rinunciare all’eredità o meno.

Debiti personali che non si ereditano: il mantenimento

Come abbiamo anticipato, chi accetta l’eredità subentra nei rapporti economici attivi e passivi del defunto: dunque oltre ai veni eredita anche i debiti. Ma non tutti. Per legge, infatti, l’erede non subentra al defunto nei rapporti personali fra cui, per esempio, l’obbligo di corrispondere gli alimenti al coniuge divorziato o separato.

Un figlio che eredita dal padre può dunque smettere di pagare gli alimenti alla ex moglie del papà dal giorno dopo in cui il proprio genitore è morto. Anzi, se i pagamenti sono proseguiti dopo il decesso, l’ex moglie è tenuta (anche se difficilmente lo farà) alla restituzione delle somme percepite in più rispetto al dovuto. Tuttavia, se questa è anche la madre dell’erede ed è priva di altri mezzi di sostentamento il tribunale potrebbe decidere che l’erede sia comunque tenuto a mantenerla e a versarle i cosiddetti “alimenti”. Gli alimenti infatti spettano sempre ai familiari più prossimi in caso di loro grave difficoltà economica tale da mettere a rischio la stessa sopravvivenza; per cui, in assenza del marito (perché morto), a dover provvedere alla madre sarà il figlio. La madre può cioè citarlo in tribunale affinché venga costretto a versarle delle somme necessarie a vivere in proporzione alle sue capacità economiche.

Diverso è invece il discorso per il mantenimento. Questo infatti va versato dagli eredi al coniuge superstite. Se l’ex coniuge era stato obbligato in vita a versare l’assegno divorzile all’altro coniuge, gli eredi dovranno continuare a rispettare tale obbligo nei limiti dell’eredità percepita, tenendo conto dell’eventuale stato di bisogno del coniuge superstite. Su accordo delle parti, ovvero coniuge divorziato ed eredi, l’assegno può essere liquidato in un’unica soluzione. Il coniuge divorziato perde questo diritto se si risposa.

I contratti personali non si ereditano

Se il defunto aveva in corso un contratto con un altra persona non è detto che gli eredi lo debbano adempiere. Infatti non si trasmettono i rapporti obbligatori personali (detti “intuitu personae”) cioè legati alle qualità del soggetto defunto: per esempio, l’incarico a eseguire un progetto, un quadro, la qualità di socio di società semplice, società in nome collettivo, accomandatario, il contratto di lavoro, il mandato.

Debiti che non si ereditano: le obbligazioni di gioco e le offerte

Torniamo ora ai debiti che non si ereditano. Non passano agli eredi neanche le obbligazioni naturali ossia i debiti che derivano da giochi, scommesse o comunque che non dipendono da contratti ma da elargizioni spontanee. Quindi non si trasmettono con la successione le offerte a enti caritatevoli, religiosi, onlus e simili, le quote associative o altri versamenti a circoli, associazioni, club di cui il defunto era socio.

Ovviamente, se il defunto ha lasciato un testamento e in esso è previsto un legato o una quota di eredità che vada a coprire queste obbligazioni, gli eredi dovranno ottemperare alla sua volontà (sempre nei limiti della quota disponibile se c’è una legittima). Se invece l’indicazione nel testamento è generica, gli eredi possono ignorarla (ad esempio: «Raccomando ai miei cari figli di fare sempre un’offerta a San Gennaro in occasione della festa patronale»).

Rispetto alle obbligazioni naturali contratte dal defunto (come detto, debiti di gioco ed elargizioni spontanee) la legge non ammette possibilità di recupero di quanto già pagato quando il soggetto era ancora in vita. In altre parole, né gli eredi, né i creditori del defunto potranno chiedere la restituzione delle somme versate a una onlus dal defunto come offerta caritatevole. E neppure la restituzione dei soldi spesi per ripianare i debiti di gioco, a meno che non sia possibile provare l’insussistenza del debito contratto originariamente. Per esempio perché il debito di gioco deriva da una truffa è possibile trovarlo.

Pertanto l’erede non ha nessun motivo per non accettare l’eredità gravata ad esempio da debiti di gioco, perché non dovrà ripianarli. Ma se il defunto era notoriamente un giocatore patologico farà bene ad accettare l’eredità con beneficio di inventario per non dover poi scoprire che, ad esempio, la casa è ipotecata o che il defunto aveva rilasciato in banca una fideiussione per ottenere dei prestiti.

Spesso si crede che l’obbligo di pagare una somma a titolo di risarcimento del danno per un illecito commesso (una diffamazione, la rottura di un bene altrui, un’ingiuria, un illecito o un inadempimento contrattuale) non si trasmette agli eredi. La convinzione è falsa: si tratta infatti di debito trasmissibile in quanto ha natura patrimoniale.

Debiti che non si ereditano: multe e sanzioni

Non passano agli eredi tutte le sanzioni amministrative e le multe stradali subite dall’erede. Infatti per legge tali somme restano solo in capo al diretto responsabile. E così anche per quanto riguarda le sanzioni di carattere penale (si pensi a un soggetto che sia stato condannato per un reato a pagare delle somme allo Stato come punizione).

Se gli eredi hanno ricevuto delle cartelle esattoriali per multe non pagate potranno chiederne lo sgravio. Se invece si tratta di tasse non pagate da queste potranno chiedere solo lo scorporo delle sanzioni tributarie mentre il capitale andrà versato.

Invece sono da pagare tutte le condanne alle spese processuali per cause civili perse: queste infatti rientrano tra i normali debiti che si trasmettono agli eredi.

Debiti condominiali che non si ereditano

Un ultimo caso di debiti che non si ereditano sono le spese condominiali insolute di un appartamento che viene ereditato. Chi subentra nella proprietà o nel possesso dell’appartamento di un condomino moroso, anche a titolo successorio, è tenuto al pagamento delle spese condominiali insolute solo per gli ultimi due esercizi. Cioè il condominio non potrà chiedergli di ripianare più di due anni di spese arretrate. È essenziale, però, che l’erede ripiani subito questo debito: l’amministratore di condominio infatti, dopo sei mesi di morosità del condomino, ha diritto di chiedere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo e, subito dopo iscrivere un’ipoteca sull’immobile di proprietà del condomino moroso o addirittura di chiedere che la sua proprietà venga venduta tramite asta giudiziaria per ripianare le spese condominiali non pagate.

Evasori fiscali: come denunciare

Come si inganna il Fisco e quando e a chi rivolgersi per segnalare chi non vuole pagare le tasse.

Sei un contribuente ligio al tuo dovere e ti dà fastidio vedere che qualcuno cerca di fare il furbo con le tasse. Come darti torto? Sei lì che ti spacchi la schiena tutti i giorni per mandare avanti la baracca, paghi fino all’ultimo centesimo di quello che lo Stato ti chiede e il tuo vicino o il tuo collega o il negoziante sotto casa cercano di racimolare qualche extra facendo gli gnorri con l’Agenzia delle Entrate: un po’ di scontrini non emessi, qualche trucchetto sui numeri dell’Iva o qualche lavoretto in nero ed ecco che il gruzzolo per farsi una crociera è saltato fuori mentre tu, che hai fatto tutto il regola e ti sei comportato come un cittadino esemplare, ti dovrai accontentare di qualche giorno in un alberghetto al mare perché i risparmi non ti permettono altro. Viene voglia di bussare alle porte dell’Agenzia delle Entrate e raccontare tutto, non tanto per invidia ma per senso della giustizia, perché è doveroso che tutti e non solo alcuni rispettino le regole. Qualcuno diceva tempo fa: «O tutti partecipano al gioco o si rompe il mazzo di carte». Ma come denunciare gli evasori fiscali? È possibile fare una segnalazione o presentare una querela anonima in modo da far rispettare la legge e, allo stesso tempo, non correre alcun rischio? Già, perché non si sa mai come può reagire uno alla cui porta chiama la Guardia di Finanza non proprio per farsi offrire un caffè. Se viene a sapere chi ha fatto la spia, di sicuro non lo cercherà per dargli un abbraccio.

Che poi non si tratta di fare la spia ma di pretendere di non pagare anche per gli altri. Alla fine, l’evasore fiscale gode dei servizi offerti dallo Stato grazie alle tasse dei cittadini. Ma se lui le tasse non le paga, o ne paga solo una parte, tocca ai contribuenti onesti mantenerlo. Ed in tempi come questi, in cui piovono slogan e lamentele da parte di chi non vuole altra gente da mantenere, non c’è da stupirsi se qualcuno si chiede come denunciare chi non paga le tasse, cioè quella categoria di persone che costa allo Stato oltre 250 miliardi (dico miliardi) di euro, quasi il 20% del Pil.

Evasione fiscale: come si inganna il Fisco

Quello italiano è un popolo di geni, certamente. Di menti brillantissime che, alcuni utilizzano per il bene della collettività ed altri soltanto per il bene proprio. A quest’ultima categoria appartengono gli evasori fiscali, ai quali non manca l’ingegno per trovare una scappatoia ed ingannare il Fisco. Vediamo alcuni dei trucchi più diffusi.

Non rilasciare lo scontrino fiscale

Chi ha un’attività commerciale è tenuto a rilasciare una ricevuta, una fattura o, quanto meno, uno scontrino fiscale al cliente. Non tutti, però, rispettano quest’obbligo, tant’è che il mancato rilascio dello scontrino è uno dei modi più diffusi di evadere le tasse. Succede al mercato come al ristorante, specialmente in quelli che offrono a mezzogiorno il menù a prezzo fisso e quasi si offendono se viene loro chiesto lo scontrino. Ma succede anche al bar, quando nella fretta si prende il caffè, si lascia l’euro sul bancone e si corre in ufficio. Per fortuna, in casi come questo, non manca l’esercente onesto che urla: «Ehi, dimentica lo scontrino!».

Lavorare in nero

Altro metodo piuttosto popolare per evadere il Fisco è quello di lavorare in nero. O perché di lavoro non c’è o perché si vuole arrotondare lo stipendio o la pensione. Oppure perché lo impone l’azienda che non vuole pagare né assicurazione né contributi: «Se ti sta bene, altrimenti sai dov’è la porta».

Si può considerare lavoro nero anche quello richiesto ad un libero professionista con partita Iva costretto a lavorare come un dipendente, con orari fissi o turnazioni e poi ad emettere una fattura alla fine del mese come se avesse fatto delle prestazioni occasionali. È vero che il lavoratore porta a casa uno stipendio, ma è anche vero che l’azienda risparmia in contributi previdenziali, Tfr, tredicesima e, quando spetta, quattordicesima, ferie, ecc.

Fare delle false fatture

Si potrebbe dire che qui gli evasori fiscali sono di meno ma muovono più soldi in nero. Ci sono diversi modi di imbrogliare il Fisco attraverso la fatturazione fraudolenta per operazioni inesistenti, merce mai acquistata o prestazioni mai effettuate. Ad esempio:

  • emettere fatture false da società «cartiere», cioè da società che non hanno una vera e propria attività ma che hanno come unico scopo, appunto, fare delle false fatture e di permettere a chi le riceve di abbassare fittiziamente l’utile;
  • fatturare delle operazioni realmente sostenute ma applicando una maggiorazione sui costi attraverso la vendita di una parte dei prodotti o la prestazione di una parte dei servizi in nero;
  • fare l’esatto contrario, cioè fatturare un numero minore di operazioni rispetto a quelle realmente effettuate incassando una parte in nero del corrispettivo;
  • sottovalutare le rimanenze di magazzino, dichiarando di avere meno merce di quella che, in realtà, si ha a disposizione.

Versare i soldi ad un parente

Altro trucchetto per evadere il Fisco: farsi pagare in nero una parte del lavoro e versare quei soldi sul conto corrente di un parente insospettabile, una nonna o una zia che raramente finirà nel mirino dell’Agenzia delle Entrate. Naturalmente, l’evasore eviterà accuratamente di fare dei versamenti periodici o frequenti per non dare nell’occhio.

Essere invisibile per il Fisco

Il modo migliore per impedire a qualcuno di pretendere qualcosa da noi è non esserci. Non esistere. Questa è la tattica adottata da migliaia di evasori che vivono nell’ombra, che sono invisibili agli occhi del Fisco: lavorano in nero, acquistano in nero, fanno tutto in nero, senza una busta paga, senza partita Iva, senza un contratto di affitto o un documento di proprietà di una casa, di un’auto, di qualsiasi cosa che possa far risalire a loro. Quindi non pagano un solo centesimo di tasse: tutto quello che guadagnano lo spendono nel vivere nel miglior modo possibile.

Far fallire la propria società

Non sempre un fallimento è sinonimo di rovina economica. Non, almeno, per chi lo programma in modo da imbrogliare il Fisco e trarne un profitto. L’imprenditore che vuole fare il furbo crea una rete di società controllate e controllanti in Italia e all’estero. Queste società sono teoricamente concorrenti nello stesso settore ma in realtà appartengono allo stesso imprenditore o gruppo di imprenditori. Sono le cosiddette «scatole cinesi» che non permettono di capire facilmente chi comanda e chi ubbidisce.

Ora, una di queste società (una srl) viene intestata ad un prestanome o ad un capro espiatorio. La società acquista beni a credito, chiede e ottiene dei prestiti ma non paga alcuna fattura. Quello che fa, invece, è emettere delle fatture alla società a capo del gruppo per prestazioni inesistenti. La capogruppo potrà scaricare questi costi in realtà mai pagati oppure pagati ma rientrati in contanti. Basterà, poi, dichiarare in fallimento quella società, i cui soci pagheranno come unico danno patrimoniale la loro quota.

Portare i soldi in un paradiso fiscale

Attraverso delle società offshore, cioè delle aziende costituite all’estero (più è lontano, meglio è) è possibile investire e depositare dei soldi in un luogo con un regime fiscale molto più vantaggioso rispetto a quello italiano e, soprattutto, con una regola fondamentale per un evasore fiscale: il segreto bancario. Spesso gli stessi Paesi destinatari sono ben disposti ad agevolare queste procedure, consapevoli dei vantaggi economici che comportano gli investimenti esteri. L’evasore riuscirà così a nascondere capitali e attività non solo al Fisco ma anche ad eventuali creditori, il che significa evitare pignoramenti.

Affittare una casa in nero

Altro modo per evadere il Fisco è quello di mettere in affitto uno o più appartamenti senza fare alcun contratto. Non solo immobili in città ma anche la casetta al mare o in montagna per i turisti. Il proprietario si tiene intestate le utenze (la bolletta la pagherà, comunque, l’inquilino nel canone) e riuscirà a risparmiare un po’ di soldi dando in locazione abusiva l’immobile a chi più ne ha bisogno (spesso studenti universitari o cittadini stranieri senza un lavoro fisso o in attesa di permesso di soggiorno). Sia in questi casi sia in quello dell’affitto in nero ai turisti, basterà farsi pagare in contanti per non lasciare traccia.

Fare finta di separarsi

Non manca chi cerca di evadere il Fisco mettendo sul piatto la propria vita coniugale. Per finta, si capisce. I coniugi aspiranti evasori si separano pur mantenendo un rapporto pressoché identico a quello di prima (dovranno «solo» avere due abitazioni diverse). Se lui lavora e guadagna bene e lei è disoccupata (o viceversa), lui avrà uno sconto sulle tasse investendo una parte del suo stipendio nell’assegno di mantenimento alla moglie, che viene ritenuto un onere deducibile.

Si ricorre, inoltre, alla finta separazione anche per non pagare le tasse sulla seconda casa: ciascuno dei coniugi se ne intesta una come prima abitazione ed ecco fatto.

Evasori fiscali: come denunciarli

Quello che abbiamo appena visto è solo un campionario di modi in cui si può «fregare» il Fisco e vivere in modo più agiato pagando meno tasse o non pagandole per niente. Come dicevamo all’inizio, possono essere anche degli atteggiamenti che fanno perdere la pazienza al cittadino onesto, quello che paga religiosamente le imposte per senso del dovere (oltre che per la paura di rischiare una stangata). E se questo contribuente scopre qualcuno che fa il furbo, come può denunciare l’evasore fiscale?

Chiunque può rivolgersi alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate per segnalare un’anomalia o una persona che, palesemente, si rifiuta di pagare le tasse. Vediamo quali tipi di denuncia possono essere fatti.

Evasori fiscali: la denuncia anonima

La reazione più comune di chi vuole segnalare un atteggiamento sbagliato del vicino o dl commerciante evasore fiscale è quella di gettare il sasso e nascondere la mano, cioè di presentare una denuncia anonima. «Io lo dico per senso del dovere, ma non voglio problemi», pensa chi si rivolge alla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate per puntare il dito contro il furbetto di turno.

La denuncia anonima è possibile (è meglio di niente, questo è sicuro). Basta inviare una lettera non firmata all’amministrazione finanziaria, la quale valuterà se la lettera fornisce degli elementi per avviare un’indagine oppure se è il caso di archiviarla in un cassetto e passare ad altro. Né le Fiamme Gialle né le Entrate sono tenute a muovere un solo dito davanti ad una lettera anonima, se non quelli che servono per aprire la busta.

Nel caso, però, decidessero di vederci più chiaro, l’anonimo contribuente deve sapere che il potere di azione della Gdf è più limitato rispetto alla segnalazione fatta con nome e cognome del denunciante: i militari non potranno fare perquisizioni, sequestri o intercettazioni, mentre l’Agenzia delle Entrate non avrà in mano quanto basta per fare una verifica presso il domicilio fiscale della persona segnalata.

L’evasore fiscale può sapere chi l’ha denunciato?

La giurisprudenza ha stabilito che chi viene denunciato per evasione fiscale da un altro contribuente ha il diritto a sapere chi si è rivolto all’autorità finanziaria. In altre parole, ha la facoltà di presentare un’istanza di accesso agli atti per sapere chi lo ha denunciato, atti che non possono essere coperti da segreto.

Ad ogni modo, il denunciante non ha nulla da temere, in quanto ha fatto soltanto il suo dovere il buona fede per segnalare un illecito all’autorità.

Che succede se la denuncia è infondata?

Può succedere che, con tutta la buona volontà, un cittadino denunci un evasore fiscale sulla base di un’impressione sbagliata, cioè che la persona denunciata in realtà non stia evadendo il Fisco ma sia perfettamente in regola. Il cittadino che si è recato dalla Guardia di Finanza o all’Agenzia delle Entrate rischia qualcosa? No, purché l’abbia fatto, appunto, in buona fede. Chi accusa qualcuno e poi questo qualcuno risulta innocente non deve rispondere di calunnia. Il reato scatterà solo se la denuncia viene fatta in malafede sapendo che quella persona non è colpevole, giusto per fare uno sgarro o per vendetta.